giovedì 24 settembre 2009

Incontro sull'infibulazione

Venerdì 9 ottobre 2009, alle ore 20.45, presso i locali della parrocchia di SantAndrà di Povegliano (Treviso), in via Chiesa 1, si svolgerà un incontro sul tema dell'Infibulazione.

Interverranno:

dott. Vincenzo ALOISI, ginecologo
dott. Massimo VALLI, operatore pastorale
dott. Giovanni BORSATO, presidente associazione Trevisani nel mondo - sezione di Villorba

L'incontro è aperto a tutti.

sabato 22 agosto 2009

Miserere mei, il libro di Giorgio Tognola

In questo blog mi fa piacere ospitare un libro della casa editrice elvetica "L'Ulivo", a firma di Giorgio Tognola, e dedicato alla Mesolcina e alla Val Calanca, due realtà del Grigioni che ho trattato nel volume "Una memoria per gli emigranti" inserito nella collana Questioni di identità.




Per più di trent’anni è stato insegnante e da dieci anni è pensionato; il suo tempo lo trascorre occupandosi dei familiari - sparsi tra il Ticino, Ginevra e l'Africa -, del giardino, dell’orto e non mancano passeggiate nei boschi alla ricerca di funghi. Trova un po’ di spazio anche per curiosare nelle biblioteche e negli archivi della Svizzera di lingua italiana. Stiamo parlando di Giorgio Tognola, originario di Grono, che recentemente con le Edizioni l'Ulivo ha pubblicato il volume “Miserere mei”, dove ha raccolto quattro racconti ambientati nei secoli scorsi in Val Calanca e nella Mesolcina, e ha come protagonisti ufficiali, umili donne condannate come streghe, contadini e religiosi.

Prof. Tognola, perché questo titolo al suo libro?
Si tratta del titolo del primo racconto inserito nel volume e che, in un certo senso, ho “rubato” al grande poeta milanese Carlo Porta.

In che periodo ha scritto i racconti inseriti nel volume?
I quattro racconti del libro sono stati pensati per tanti anni, poi, una volta cessata la mia attività di insegnante, ho trovato il tempo di scriverli e di presentarli a un ristretto gruppo di amici.

Nei suoi racconti c'è un misto di verità attinta dalle sue ricerche archivistiche e fantasia. Perché questa formula?
Pensando ai miei potenziali lettori ho voluto rendere lo scarno documento da me consultato un po’ più appetibile ricamandogli attorno qualche cosetta in più.

Quali documenti ha consultato?
Tanti! Ad esempio ho avuto modo di studiare il verbale di un interrogatorio di una presunta strega trovato nell’angusto archivio di Roveredo (Grigioni italiano), il malridotto quinternetto del medico di Soazza ora custodito nell’“Archivio a Marca” di Mesocco, il “liber defunctorum” tenuto dai cappuccini di Santa Maria di Calanca, il verbale del viceprefetto dei cappuccini di Mesolcina e Calanca che si trova nell’Archivio dei cappuccini della Salita dei frati di Lugano, il testamento che un’anziana signora mi ha permesso di fotocopiare, il testamento di Antonio Gioiero pubblicato sui Quaderni Grigionitaliani. Tutti questi documenti mi hanno suggerito le storie. Quale insegnante riuscivo ad accalappiare - purtroppo non sempre - l’attenzione degli allievi con i bei racconti della storica Eileen Power (1899-1940), ed è proprio grazie alla storica inglese che riuscivo ad introdurre e sviluppare i temi non sempre facili che il programma di storia prevedeva nei quattro anni di scuola media. I miei quattro racconti sono cresciuti anche pensando a “Vita nel Medioevo” (Einaudi, 1966), “C’eravamo anche noi” (Bovolenta, 1981), “Ragazzi nella storia” (Bovolenta, 1982) e tre libri di Eileen Power.

Nel primo racconto descrive la vita in montagna e i processi per stregoneria. Su quest'ultimo aspetto, e in qualità di storico, quali sono le sue considerazioni?
La miseria costante, l’insicurezza, l’essere in balia delle forze della natura, la fragilità e la paura legate al mondo della montagna, l’ignoranza, le allucinazioni possono spiegare solo parzialmente quel fenomeno assai complesso che conosciamo come “caccia alle streghe”. Queste spiegazioni sono però insufficienti, in quanto la persecuzione delle streghe fu soprattutto un atto di intolleranza sociale; essa è coincisa con momenti di paura (eresia luterana, peste, guerre, e altro ancora) in cui gli uomini vedono venir meno il loro potere, gli uomini non pensano più con lucidità, si rifugiano su posizioni immutabili, sui pregiudizi. In tempi sereni ci si può concedere il lusso dello scetticismo, ma quando infuria le tempesta gli uomini si rifugiano nel conservatorismo, nell’ortodossia. Queste sono un po’ le mie considerazioni a proposito del fenomeno della stregoneria.

Nel racconto "Historia di un franco valligiano in rozza casacca", dedicato al colonnello e cavaliere pontificio Giovanni Antonio Gioiero, originario della Val Calanca, qual è il confine tra la realtà e la fantasia?
Per la storia di Antonio Gioiero mi sono basato sul libretto del canonico Simonet, pubblicato a Roveredo nel 1926, sul testamento del cavaliere, sulle annotazioni del genero del Gioiero a Marca. Mancavano documenti (e non poteva essere altro) sull’infanzia, l’adolescenza, gli studi, l’inizio della sua carriera militare, sugli amori proibiti e sui suoi due figli naturali. L’incontro con il sacerdote Nicolò Rusca è pure frutto della mia fantasia, anche se alcuni storici ipotizzano una presenza del Gioiero nel Collegio elvetico di Milano. La morte causata dal veleno è documentata, non si conosce invece colui o coloro che l’hanno somministrato.

La Mesolcina e la Val Calanca viste da uno storico e scrittore. Cosa rimpiange dei tempi andati e cosa cambierebbe, invece, della vita di tutti i giorni?
Non sono né storico, né scrittore e del passato non rimpiango niente (la gioventù che non c’è più, quella sì). Sul territorio che ho conosciuto in gioventù il bosco, la foresta, l’incolto stanno riconquistando campi, prati, pascoli, nuclei di cascine; nei villaggi la memoria del passato, del genere di vita caratterizzato dalle fatiche delle donne, dall’emigrazione dei maschi è un tenue ricordo di pochi. Forse per meglio apprezzare quanto si ha in questo secolo un po’ di memoria del passato non guasterebbe.

In alcuni incisi lei ha usato delle espressioni dialettali. Quale futuro vede per il dialetto della bassa Mesolcina?
Nel primo racconto ho usato anche il dialetto. Me lo ha suggerito la scrittrice Laura Pariani di “Il paese delle vocali” e di “La signora dei porci”. L’ho usato perché mi sembrava la lingua più adatta nella bocca di contadini, di alpigiani di allora. Il dialetto usato ora mi sembra un po’ una moda destinata a soccombere di fronte all’incalzare del mondo globale. Il dialetto era sì la lingua della madre, dei sentimenti, del calendario dettato dalla Chiesa, ma era principalmente la lingua del lavoro indissolubilmente legata al territorio, al lavoro dei contadini, degli alpigiani, dei boscaioli, attività che nella maniera descritta dai racconti non esistono più.

Per promuovere e tutelare la cultura locale è molto importante il ruolo svolto dalle case editrici. Alla luce di questa sua esperienza come autore di un libro, come giudica il panorama editoriale nella Svizzera di lingua italiana? Cioè, soprattutto per i giovani autori mesolcinesi, ci sono, dal suo punto di vista, concrete possibilità per scrivere, pubblicare, promuovere e diffondere libri?
Non posso esprimermi sul ruolo delle case editrici nella Svizzera italiana, non lo conosco. Avevo letto i miei quattro racconti ad alcuni amici, i quali mi hanno consigliato di proporli ad un editore; l’ho fatto e la prima casa editrice interpellata me li ha pubblicati.

Ultima domanda: un buon motivo per proporre la lettura dei suoi racconti.
Ad alcuni sono piaciuti! Provate anche voi a leggerli.
[a cura di Carlo Silvano]

Giorgio Tognola, “Miserere mei - Pagine di vita mesolcinese e calanchina tra stregoneria, religione, politica e emigrazione dal 1500 al 1700”, edito dalle Edizioni Ulivo di Balerna nella collana "I randagi", pp. 123, CHF 25, Euro 17.
Il prof. Tognola è anche autore di un libriccino (dedicato al comune in cui vive da oltre trent’anni) intitolato “Momenti di storia di Bedano” (2003); attualmente sta preparando un percorso storico del villaggio calanchino di Rossa. Per altre info consultare il sito http://www.ilmoesano.ch/dove è inserita una recensione del libro a firma di Cesare Santi.

mercoledì 3 giugno 2009

Germania e Scandinavia: le Missioni Cattoliche Italiane

Occorrono nuovi sacerdoti per gli italiani residenti in Germania e nella penisola Scandinava. A lanciare l'appello è don Pio Visentin, editore del giornale "Il Corriere d'Italia" (http://www.corritalia.de/) e da tempo missionario in Germania. A don Visentin abbiamo rivolto alcune domande per capire meglio il ruolo che svolgono le Missioni cattoliche italiane in Germania.
Allo stato attuale quanti sacerdoti occorrono per soddisfare le necessità delle Missioni cattoliche italiane presenti in Germania e nella Scandinavia?
Attualmente siamo in difficoltà per cinque comunità italiane in Germania e una in Svezia. In particolare, la comunità di Francoforte, chiede la presenza di almeno due sacerdoti, trattandosi in realtà di due comunità in città e una nelle vicinanze.
I nostri preti seguono le comunità italiane solo sotto l'aspetto spirituale o sono impegnati anche sotto il profilo sociale e culturale?
Intendiamoci, sempre è stato prevalente l'impegno per un accompagnamento spirituale, anche negli anni '60 e '70, il tempo della prima emigrazione. Anche se allora soprattutto la Missione era un po' tutto: luogo di incontro degli italiani, ufficio per il disbrigo di pratiche civili, riferimento per problemi sociali. Se allora però il missionario era un "tuttofare" prezioso e indispensabile, a motivo dell'insufficienza del servizio degli Enti di assistenza e dei Patronati, oggi è più libero e attento per garantire un accompagnamento spirituale e sostenere le comunità in un cammino di fede.
Le nuove generazioni di italiani che vivono e lavorano in Germania, sono interessati alle attività delle Missioni cattoliche?
Può sembrare strano, eppure per molti giovani resta di fatto più "appetibile" la comunità italiana di quella tedesca. Un dato significativo: bambini che hanno fatto la Prima Comunione con la parrocchia tedesca, ce li ritroviamo qualche anno doppo a fare la preparazione alla Cresima con la Missione. L'"integrazione" - termine sospetto, ma lo usiamo per intenderci - non è definita dalla conoscenza della lingua locale. O, se vogliamo, i tempi dell'integrazione linguistica, non sono gli stessi di quella culturale. Ed èproprio questa constatazione, che noi stessi abbiamo fatto a posteriori, a giustificare e rendere ancora necessaria la nostra azione pastorale oggi, pur in presenza della terza generazione di Italiani.
Secondo lei, oltre alla fede cattolica, quali sono i collanti che tengono uniti gli italiani all'estero?
L'italianitá, che è un complesso di tradizioni, sensibiltà, orgoglio di essere diversi, o meglio, quello che siamo. Nessuna altra manifestazione religiosa della città di Stoccarda porta tanta gente a riversarsi sulla strade quanta ne portano gli italiani con la Passione vivente del Venerdì santo!
Quale futuro vede per le Missioni cattoliche in Germania e in Scandinavia?
L'esperienza nostra di emigrazione ci induce ad una certa prudenza nel fare pronostici. E' vero, mancano i sacerdoti. Il fenomeno investe tutta laChiesa, soprattutto in questi Paesi del Nord Europa. Eppure, a fronte di questa situazione, che non dice una Chiesa in ritirata, constatiamo l'emergere, e proprio nelle nostre Comunità italiane in Germania e Scandinavia, un laicato cristiano adulto e corresponsabile nell'annuncio della novitá cristiana. Non escludo che possano "sopravvivere" a lungo, visto che sono porzioni di Chiesa viva, non intenzionate a perdere una loro identità, ma a fare Chiesa con una Chiesa, che vuole essere sempre più"cattolica". [a cura di Carlo Silvano]
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Si consiglia la lettura dell'articolo nel sito:

mercoledì 20 maggio 2009

Vivere in Francia per riscoprirsi italiano

Originario di Cortona, in provincia di Arezzo, l'ing. Andrea Di Muzio si è trasferito in Francia circa 9 anni fa. La sua storia – e quella della famiglia che ha creato poco oltre il confine con l'Italia – è molto simile a quella di tanti giovani italiani che, dopo la laurea, cercano all'estero migliori condizioni di vita. “Attualmente – racconta Andrea – lavoro in un'azienda che produce prodotti informatici. I miei familiari, come quelli di mia moglie, vivono ancora in Italia ed in Italia abbiamo lasciato alcuni dei nostri affetti più cari. I legami sono stretti, non tanto con la comunità come insieme, quanto con alcune persone e alcune tradizioni. Per fortuna essere emigranti oggi è profondamente diverso rispetto a cinquant'anni fa: le distanze si sono molto accorciate e la tecnologia ci viene in aiuto per mantenere rapporti quotidiani con famiglia e amici. In più ho scelto di vivere a una manciata di chilometri dal confine: l'Italia così - seppur non quella delle mie origini - è a meno di un'ora di macchina.

Andrea, puoi parlarmi della tua scelta di vivere e lavorare in Francia?
La nostra - mia e della mia compagna - è iniziata come un'avventura che sarebbe dovuta durare un annetto. Prima ancora di finire gli studi universitari ho ricevuto un'offerta per lavorare in Francia, e in mezza giornata abbiamo deciso di provare a vedere cosa voleva dire vivere all'estero. Mai avremmo pensato che questa si sarebbe poi trasformata in una situazione definitiva.

E oggi?
Oggi confermiamo quella scelta ogni giorno, per diversi motivi: vivere all'estero ci mette in una posizione doppiamente particolare, in Francia siamo “gli italiani”, in Italia siamo “i francesi”... può sembrare infantile ma è bello sentirsi sempre “speciali”; vivere entrambe le culture ti permette di giudicare gli aspetti dell'una e dell'altra molto più obbiettivamente e con maggior cognizione di causa; ultimamente l'Italia sta attraversando un periodo poco felice e le differenze con la Francia si acutizzano di giorno in giorno sia sulla qualità della vita che su quella delle infrastrutture.

Sotto il profilo lavorativo...
Il paragone con il nostro Paese non può essere nemmeno fatto: nella mia professione l'Italia offre pochissime possibilità di crescita e di gratificazione. Ho anche la fortuna di lavorare in un gruppo multi culturale che mi permette, ogni giorno, di imparare cose nuove sia dal punto di vista professionale che umano.

Parliamo di "integrazione". Per te cosa vuol dire?
Non credo di riuscire a dare una definizione vera e propria. Potrei usare la tecnica del flusso di pensiero per cercare di fartelo capire: studio, fatica, adattamento, scoperta, soddisfazione, diversità... mi fermo qui perché rischierei di sfociare nell'incomprensibile.Cercando di riassumere, l'integrazione è ciò che rende uno straniero parte viva di una società: è un processo lungo e laborioso - a mio avviso infinito - che ti riporta bambino, costretto a reimparare come camminare, come parlare, come comportarti. Nel mio caso “integrazione” vuole principalmente dire imparare una lingua nuova, imparare nuove tradizioni, nuove leggi e nuove istituzioni: una scoperta continua che ti permette e costringe ogni giorno ad imparare qualcosa di nuovo. Ma in fin dei conti la base culturale dei miei due mondi non è poi tanto diversa. Non tutto, comunque, è sempre stimolante e positivo: in tanti momenti “integrazione” vuol dire sentirsi straniero a casa tua, sentirsi “diverso” in senso brutto, quasi discriminato. Ma ritengo obbligo per ogni emigrante quello di fare il massimo sforzo possibile per raggiungere un buon livello di integrazione, come è obbligo civile e morale di ogni abitante di una comunità aiutare uno straniero in questo suo percorso, come un maestro aiuta un alunno in difficoltà.

Come italiano che vive all'estero, quali sono le tue considerazioni sul dibattito politico e culturale che in Italia è sorto attorno alle problematiche dei clandestini?
Credo siano tanto squallide quanto inevitabili. L'Italia sta vivendo negli ultimi anni quello che la Francia ha vissuto intorno agli anni Cinquanta del secolo scorso. E a mio avviso né la classe politica né la popolazione sono preparati, proprio come la Francia non lo era a suo tempo. Essere un emigrante permette anche qui di avere una visione preferenziale sul fenomeno, capendo sia le ragioni di una parte che dell'altra. E' importante accogliere chi viene a portare ricchezza al nostro Paese - sia come forza lavoro che come cultura -, ma allo stesso tempo si deve garantire, e pretendere, l'integrazione, specialmente per quello che riguarda il rispetto della legge e dei costumi. Da quello che posso vedere ogni volta che rientro in Italia, il nostro Paese è ormai de facto una società multi etnica; questo aspetto lo vedo come un valore, un potenziale, e non come una minaccia, purché lo Stato - inteso come istituzioni e popolo - riesca a fornire le basi per trasformare questo valore da potenziale in attuale.

Vivendo in Francia c'è un valore o una caratteristica del tuo essere italiano che hai "riscoperto"?
Tantissime. Non ho mai sentito dentro di me tanto forte l'orgoglio della mia nazionalità quanto adesso. La cultura, il cibo, la capacità di adattamento e di trarre sempre il massimo da ogni situazione.

Nella città dove risiedi hai modo di frequentare altri italiani?
Sì. Non so se si tratta di un caso e di un qualche legame misterioso, ma mi sono ritrovato a stringere amicizia con molti italiani residenti nella mia stessa zona. Probabilmente perché questa condizione di emigranti ci accomuna, o forse perché sono le tradizioni e i costumi che ci rendono più facile il dialogo, ma non in maniera ghettizzante: mi ritrovo spesso a condividere cene con tavolate di amici in cui si parlano 3-4 lingue diverse, e si cambia lingua in base alla persona con cui si interagisce.

Il tuo scrittore italiano preferito?
E' una domanda estremamente difficile, e sono sicuro che una volta data la risposta me ne pentirò infinite volte volendola sostituire con altrettanti nomi diversi. Ma l'impulso mi porta a dire Luigi Pirandello: mi ritrovo in perfetto accordo con la sua visione dell'uomo e della società; credo che pochi siano riusciti a descrivere così lucidamente i processi che regolano il modo che abbiamo di interagire tra uomini. Voglio però affiancare un altro nome, anche se in molti storceranno il naso, quello di Fabrizio De André...

Perché?
Anche se i suoi testi erano destinati ad essere musicati, lo considero uno dei poeti migliori del secolo scorso. [a cura di Carlo Silvano]
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L'ing. Andrea Di Muzio cura il seguente sito internet:

mercoledì 29 aprile 2009

Incontro a Villorba

Martedì 28 aprile, alle ore 15.00,
presso i locali della Biblioteca comunale di Villorba,
si è svolta la presentazione del volume:

"UNA MEMORIA PER GLI EMIGRANTI"
video

La manifestazione è stata promossa dall'Associazione Trevisani nel Mondo
(sezione di Villorba) e dall'Associazione Auser (sezione di Villorba).

Dopo il saluto di Matilde Castelnuovo (presidente Auser - Villorba)
e di Giovanni Borsato (presidente Trevisani nel Mondo - Villorba)
sono intervenuti il curatore del volume, Carlo Silvano,
e don Canuto Toso (fondatore dei Trevisani nel Mondo).


Tra il pubblico era presente il giornalista Antonio Figo (La Tribuna, di Treviso)
e un giornalista dell'emittente televisiva EDEN TV.

giovedì 16 aprile 2009


L'Associazione Trevisani nel Mondo
(sezione di Villorba)
e
l'Associazione Auser
(sezione di Villorba)



hanno promosso un incontro culturale

per Martedì 28 aprile 2009
alle ore 15.00
presso la sede della Biblioteca comunale
di Villorba in via Centa 90


Canuto TOSO
presenterà il libro
“Una memoria per gli emigranti”

(volume della collana editoriale “Questioni di identità”)

per raccontare la storia
della fondazione e della crescita
dell'Associazione trevisani nel Mondo


Interverranno:

Matilde Castelnuovo
presidente Auser - Villorba

Giovanni Borsato
presidente Trevisani nel Mondo - Villorba

Carlo Silvano
curatore della collana editoriale
“Questioni di identità” della Ogm editore

sabato 11 aprile 2009

Don Guido Santalucia presenta "Memoria di realtà intraviste"


Lo scorso 2 aprile a Camposampiero, in provincia di Padova, don Guido Santalucia ha presentato il volume "Memoria di realtà intraviste" (Ogm editore 2008). Propongo, qui di seguit, un breve resoconto firmato da Marisa Restello.

Se già il titolo propone una dinamica tra ciò che già è stato e ciò che all’orizzonte appena si intravede, don Guido Santalucia, un giovane prete quasi novantenne, nel parlare del libro ne aggiunge un’altra: tra la generazione prima del Concilio e quella dopo.
Il preside Armando Fiscon aveva ricordato all’inizio che la collana “Questioni di identità” cui il libro appartiene, si propone di indagare la realtà dei nostri giorni facendola emergere dalla voce dei protagonisti nella ricchezza delle sue variabili, grazie al metodo elaborato dal suo curatore Carlo Silvano.
Un forte interesse ha destato don Santalucia incastonando le cinque interviste che compongono il libro, nella storia che la società e la Chiesa hanno vissuto nel periodo del Concilio e della sua iniziale e malsicura realizzazione (periodo in cui tuttora ci troviamo).



La profondità dei cambiamenti portati premeva sulla staticità ecclesiale e civile, le istituzioni ponevano resistenza causando vigorosi dibattiti e anche dolorose tensioni. Nel modo di intendere l’educazione, per esempio, nel determinare il posto che la responsabilità e la fiducia hanno nella formazione delle giovani generazioni, giovani preti compresi. Ebbene, nella comprensione di Mons. Santalucia, il dialogo che si sviluppa tra le personali esperienze di questi preti di generazione diversa, è un ulteriore approfondimento della storia umana, sociale e religiosa del periodo.
Ho letto recentemente un interessante studio su come la lettura cambia sia il lettore che il testo letto. Questa reciproca maturazione è risultata molto vera nella presentazione del piccolo libro in oggetto, anche perché lo abbiamo ri-accolto quasi rinnovato e integrato dalla passione evangelica ed esperienziale del relatore.


Dal Concilio Vaticano II nasce un desiderio di essere preti in modo nuovo, si colgono esigenze e attese inespresse prima. C’erano nella zona di Castelfranco Veneto (Tv), come in tutta la provincia del resto, forti situazioni di ingiustizia che venivano dolorosamente ma rassegnatamente accettate nella società sia agricola che industriale. Il nuovo fermento e la nuova consapevolezza rimette in questione questa passività, il contatto con il Vangelo risveglia un più intenso desiderio di giustizia. Questo porta tensioni e conflitti, ma fa camminare e la Chiesa (almeno una grande parte di essa) non si tira indietro né si pone al di sopra, ma si domanda da quale parte starebbe Gesù e si mette decisamente da quella parte, costasse anche la rottura di antiche alleanze.


Il dibattito seguito alla presentazione ha ulteriormente approfondito questo tema. Molti degli obiettivi del Concilio sono ancora un sogno, ma noi non siamo disposti a lasciar perdere i nostri sogni, assicurava qualcuno. D’altra parte, diceva un altro, si intuisce nelle interviste una venatura di sofferenza per la difficoltà con cui le nuove esperienze sono accolte dalle istituzioni, e tuttavia proprio questa consapevolezza nella perseveranza del cammino manifesta il germe della profezia. Di qualcosa che attira da lontano ma conserva la sua parte di mistero e di difficoltà e si chiarifica, forse, nella misura che si procede e che si cammina insieme.
Non c’erano quasi giovani presenti all’incontro, ma le attese, le speranze,le energie emerse, quelle sì che erano colme di fresco entusiasmo e sincerità di dedizione perché un mondo più buono e giusto sia possibile!


[Marisa Restello]